La pelle è la totalità di una superficie di confine.

Essa sta tra noi e il mondo. E in questo senso, sia come materia che come simbolo, è espressione di quella “imprescindibile” separazione dal nostro ambiente e dal nostro prossimo, che è fondamento dell’essere.

La nozione di “io” inizia proprio dalla nostra pelle. Tessuto di confine tra l’individuale e il collettivo, essa invia messaggi sensoriali che ci permettono di delimitare il mondo interno da quello esterno. Noi siamo fin dove arriva il nostro tatto, ma siamo anche un “io” che tocca, che delimita e che, come tale, conosce. La costruzione del nostro mondo, nasce da questo continuo dare forme e limiti alle cose che ci circondano, nel continuum tra incorporare e distanziare l’alterità.

Se la distanza rappresenta un presupposto fondamentale dell’esistenza umana, solo la relativizzazione o il temporaneo superamento di questa stessa distanza rende possibile l’incontro tra gli uomini: solo allora nascono le relazioni sociali e la rappresentazione dell’identità diventa un essere identico-a-sé nella differenza dagli altri.

La pelle è il simbolo di questa distanza e del suo stesso superamento nel contatto.

L’integrità della pelle è minacciata dalla natura “esterna” e dalla violenza potenziale del prossimo. E diventa portatrice di ansie della natura “interna”, che è veicolo espressivo della psiche, dei suoi stati emotivi e delle sue ferite. In questo modo si può considerare la pelle come un organo interattivo che reagisce al mondo interno come a quello esterno.

Pelle come identità.

Pelle come confine.

Pelle come comunicazione.

Pelle come relazione.

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