La “CALL FOR ENTRY” del Perugia Social Photo Fest 2018 – THE SKIN I LIVE si è conclusa con un enorme successo. In totale 141 proposte provenienti 22 paesi (Argentina, Belgio, Brasile, Burkina Faso, Canada, Colombia, Emirati Arabi, Francia, Germania, Grecia, Inghilterra, Italia, Korea del Sud, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Russia, Slovenia, Spagna, Svezia, Stati Uniti, Ungheria).

La commissione composta da Antonello Turchetti, direttore artistico del festival in rappresentanza dell’associazione organizzatrice ‘LuceGrigia’, dal fotografo Fausto Podavini, da Loredana De Pace, giornalista specializzata in fotografia, e dal fotografo Aldo Soligno, ha selezionato i progetti vincitori e ha assegnato le menzioni d’onore. I progetti che hanno ricevuto la menzione d’onore saranno pubblicati nella rivista digitale PLS MAGAZINE.

La giuria ha assegnato un premio speciale nella sezione fotografia terapeutica.

In collaborazione con  

FOTOGRAFIA SOCIALE

Constanza Portnoy | "Life Force"

CONSTANZA PORTNOY | “Life force

Miglior progetto “Fotografia sociale”

Nel progetto “Life Force” di Constanza Portnoy vince la normalità, nonostante l’evidente disabilità di entrambi i genitori. Vince la possibilità di fare, di essere famiglia. Un nucleo in cui l’autrice ha saputo immergersi, raccontando le dinamiche della vita quotidiana. Nelle inquadrature, le forme – diverse da quelle alle quali siamo abituati – si integrano fra loro ma non inducono al senso di pietas, piuttosto sono a servizio dei gesti quotidiani con cui si svolge la vita familiare dei tre protagonisti, madre, padre e figlia.

FOTOGRAFIA SOCIALE | Menzione d’onore

Karl Mancini

“Ni una menos”

Un reportage questo di Karl Mancini che alterna aspetti prettamente fotogiornalistici con altri più intimi, in cui la corazza forte cade e si scopre il dolore, esito delle violenze subite. Si avvicendano con equilibrio ritratti, scene familiari e situazioni collettive.

Julia Gunther

Chedino

Le immagini del progetto “Chedino” sono molto forti, dirette, senza filtri. La storia è quella di una trasformazione assoluta, totale così come è descritta nelle fotografie, passo dopo passo, dall’autrice Julia Gunther.

FOTOGRAFIA TERAPEUTICA

SINA NIEMEYER | “Für mich

Miglior progetto “Fotografia terapeutica”

“Für mich” significa “Per me”. Per lei, Sina Niemeyer ha scritto questo coraggioso diario della violenza subita. Esattamente come si scrive con la penna, l’autrice usa frammenti di memoria, brevi frasi significative quanto struggenti, simboli dello strappo patito, della bruciatura causate dagli abusi ricevuti. La narrazione avviene in forma di mappatura degli effetti, del prima e del dopo su se stessa, sul suo stato esistenziale che rimette magistralmente insieme grazie alla fotografia.

FOTOGRAFIA TERAPEUTICA | Premio speciale della giuria

Federica Sasso | “Sick Sad Blue

Federica Sasso mostra gli strati dell’anomala relazione di Chiara col proprio corpo, servendosi di linguaggi differenti, classici e moderni, che sa far interagire armonicamente: dalle immagini “pure” ai collage sui diari poi fotografati, passando per le schermate di Instagram. Una visione intima e fortemente emotiva.

FOTOGRAFIA TERAPEUTICA – Menzione d’onore

Daniel Regan

Fragmentary

Sempre autobiografico, con questo lavoro di autorappresentazione, Daniel Regan cerca di ricostruire una nuova pelle partendo da quella che lo ha formato – volente o nolente – a causa della sua malattia. Le pagine delle cartelle cliniche si trasformano in pelle sulla quale l’autore indaga passando dal totale al dettaglio, e che cerca di superare e trasformare ancora una volta in qualcosa di nuovo e più suo.

Stesso scenario, situazione staged, composizione centrale: in questo set Egle Picozzi mette in scena gli effetti indesiderati della sua malattia, la sclerosi multipla. Lo fa come una moderna Alice in un paese che delle meraviglie può sembrare vista l’ambientazione, ma che a un più profondo livello di lettura diventa ossessivo e rivelatore.

Olga Boltneva

Infertility II

Come si sta nella consapevolezza dell’infertilità: questo vuole raccontare Olga Boltneva nel suo progetto intimo ed efficace. Luoghi, volti e simboli – a volte delicati, altri decisi e forti – tutti sapientemente scelti e accostati, manifestano e il desiderio, e l’assenza della possibilità di realizzarlo.